Il Sipario dell'Umorismo

Circolo Culturale Cattolico Chiara Ruggeri Catamo
San Cassiano (LE)

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L'evento si è concluso il 04/01/2011

L’Assessorato alla Cultura del Comune di San Cassiano
con la partecipazione della Proloco San Cassiano e la collaborazione della Parrocchia San Leonardo di San Cassiano
presenta
presso il Circolo Culturale Cattolico Chiara Ruggeri Catamo

la seconda RASSEGNA DI TEATRO D’AUTORE
“IL SIPARIO DELL’UMORISMO”
A cura del “Teatro della Busacca”

SAN CASSIANO - Il Comune di San Cassiano, con l’impegno dell’assessorato alla cultura, presieduto da Luca Galati, e della Pro Loco, in collaborazione con la Parrocchia di San Leonardo, organizza la seconda rassegna teatrale “IL SIPARIO DELL’UMORISMO”: una serie di appuntamenti teatrali, all’insegna del divertimento, a cura del Teatro della Busacca.

La rassegna avrà inizio il 21 novembre 2010, per concludersi il 04 gennaio 2011, offrendo, con spettacoli che avranno inizio alle ore 20.30 circa, un appuntamento per condividere insieme serate di divertimento, ma che allo stesso tempo siano fonte di arricchimento intellettuale e sensoriale.

Gli appuntamenti previsti sono 5 e spazieranno dal classico teatro napoletano di Edoardo De Filippo con lo spettacolo intitolato ”La Fortuna con la effe Maiuscola”, a un grande capolavoro di Molière: “L’AVARO”; da Carlo Goldoni con una commedia in due tempi intitolata “I DUE GEMELLI VENEZIANI”, a una farsa Ray Cooney “TUTTI PAZZI PER I SOLDI”, l’ultimo appuntamento sarà “L’UOMO, LA BESTIA. LA VIRTU’” di Luigi Pirandello.

L’ingresso ai singoli spettacoli avrà un costo accessibile a tutti, ed inoltre sarà possibile risparmiare ulteriormente acquistando l’abbonamento, presso la Caffetteria Ducale in Piazza Cito a San Cassiano (LE), che consentirà l’ingresso a tutti gli appuntamenti della rassegna. Per informazioni è possibile contattare l’Ufficio Cultura del Comune di San Cassiano oppure telefonare ai seguenti numeri telefonici: 0836.992100 – 3313691071 www.comune.sancassiano.le.it

Di seguito il calendario degli appuntamenti:

Domenica 21 novembre 2010
LA FORTUNA CON LA EFFE MAIUSCOLA
FARSA IN TRE ATTI DI EDUARDO DE FILIPPO
Questa commedia, un classico del teatro dialettale napoletano, è stata scritta a quattro mani da Eduardo de Filippo e Armando Curcio, noto commediografo napoletano, e venne rappresentata la prima volta a Torino nel 1942, dove ebbe un successo notevole.
Il protagonista de “La fortuna con l’effe maiuscola”, Giovanni Ruoppolo, vive in condizioni di indigenza, arrangiandosi a tirare avanti come scrivano e copista di un avvocato di malaffare, il quale gli propone l’affare di offrire la propria paternità ad un Barone che sta per ammogliarsi: l’affare è ghiotto e le centomila lire in premio convincono Giovanni ad accettare. Con le trentamila lire di acconto Giovanni va a fare la spesa, giusto in tempo per non incontrare il notaio, arrivato in casa per comunicare la notizia che il fratello di Giovanni, mrto in America, gli ha lasciato una eredità sconfinata alla sola condizione che non abbia figli, nel qual caso tutte le ricchezze saranno trasferite su di essi. Qui il primo colpo di scena: il figlio adottivo di Giovanni, Erricuccio, l’unico al quale il notaio possa comunicare la notizia dell’eredità, resta muto dopo lo shock di tre colpi sparati in casa da don Vincenzo, alle prese con l’amante della moglie.
Il giorno seguente è il giorno del riconoscimento: l’ignaro Giovanni, dopo che i tentativi di Erricuccio di trattenerlo, si reca dal notaio a dichiarare ufficialmente la paternità del Barone; rimasto solo ancora una volta, Erricuccio ritrova la parola dopo le minacce di don Vincenzo, tornato a trovarlo per intimargli di tacere sui colpi sparati il giorno prima. Quando Giovanni torna felice dall’appuntamento col notaio, viene a sapere la verità sull’eredità del fratello, e dallo shock nervoso resta muto come era accaduto al figlio poco prima.
Nel terzo atto il finale: il barone, venuto a sapere di essere il beneficiario dell’intera eredità, abbandona il proposito di maritarsi e sprezzantemente si congeda da Giovanni. Sarà qui che tutto l’ingegno e la sete di giustizia di Giovanni verranno fuori: se la legge è davvero legge, si dichiarerà alle forze dell’ordine come autore del falso riconoscimento, sconterà i tre anni di carcere ma, al ritorno, sarà un uomo ricco e felice, che avrà ottenuto la propria rivincita sul Barone e sulla vita.
Il triste sfondo de La fortuna con la effe maiuscola è la miseria, quella che fa da cornice in tanta parte della drammaturgia eduardiana e del teatro napoletano in genere. Qui, però, il riso che nasce dalle esilaranti situazioni sceniche non è turbato da questa presenza silenziosa della povertà, e miseria non è mai abbrutimento, anzi: il protagonista è un uomo moralmente integro, che solo per indigenza accetta un compromesso con la vita, e solo con l’estremo sacrificio riesce a riscattare una vita di sacrifici. Una farsa divertentissima e tenera al tempo stesso, appassionante perché profondamente umana.

martedì 7 dicembre 2010
L’AVARO
COMMEDIA IN DUE TEMPI DI MOLIÈRE
Arpagone è il protagonista di questo capolavoro del grande Molière, che porta in scena, prendendolo in prestito dall’Aulularia di Plauto, il personaggio dell’avaro spilorcio, tanto caro al teatro latino. Qui, però, Arpagone non è solo il taccagno che sceglie di tagliare i viveri a tutta la parentela per accumulare scudo su scudo tutte le proprie ricchezze: è anche il rappresentante di quell’umanità che ha colorato la propria anima dello stesso grigio rapporto che ha col denaro, rendendo opachi finanche i rapporti personali con figli e servitori. Qualunque scelta o pensiero è volto a perseguire i suoi scopi, qualunque azioni ha il marchio dell’egoismo. I soldi, quasi un feticcio.
Ed è così che Cleante, figlio di Arpagone e innamorato della bella ma povera Mariana, dichiara al padre il proposito di maritare la ragazza; senza recedere minimamente dal suo proposito, Arpagone dichiara che Mariana è la ragazza che egli stesso ha deciso di sposare, e che per Cleante è in serbo il matrimonio con una vedova facoltosa. Elisa, invece, innamorata del giovane Valerio, che da qualche tempo si è intrufolato in casa di Arpagone conquistandone le grazie e la fiducia, avrà in marito, il giorno stesso, don Anselmo.
Allo scopo di recuperare il denaro necessario alle nozze, Cleante si rivolge ad uno strozzino tramite la mezzana Frosina, la quale si presenta in casa meravigliandosi di trovare allo stesso tempo il giovane debitore e il vecchio creditore: l’usuraio al quale inconsapevolmente si è rivolto Cleante è proprio suo padre. Intanto cominciano i preparativi per la festa di matrimonio organizzata per la sera; giunge Mariana a trovare il suo futuro marito, Arpagone, e resta piacevolmente meravigliata nel riconoscere il suo innamorato Cleante: mentre Arpagone tenta di strappare consensi alla fanciulla accade il delitto: la cassetta contenente tutti i suoi risparmi, 10.000 scudi d’oro, viene trafugata. Non appena il vecchio se ne accorge, il dramma e la disperazione. I sospetti ricadono ingiustamente su Valerio, il quale confessa ben presto, credendo che il reato che gli viene imputato è quello d’aver rubato il cuore di Elisa: con l'arrivo del deus ex-machina, il Signor Anselmo, tutto si concluderà bene: Valerio e Mariana scopriranno di essere fratelli e figli entrambi dello stesso signor Anselmo, tornati ora insieme dopo che il naufragio della nave sulla quale viaggiavano venti anni prima li aveva divisi. Freccia, il servo di Arpagone, riconsegna la cassetta con gli scudi al proprietario e tutto si risolve per il meglio.
Arpagone è più avido che avaro, è dispettoso, astuto, invidioso, con tutte le qualità più aberranti di certa umanità egoistica che Molière intende mettere alla berlina, riuscendoci dando vita a un capolavoro di stile e a un testo che di diritto resta tra gli imortali del teatro. Un testo da non perdere.

venerdì 17 dicembre 2010
I due gemelli veneziani
Commedia in due tempi di Carlo Goldoni
Ispirandosi al celebre “Menecmi” di Plauto, Goldoni dà vita a un vero e proprio capolavoro di scrittura, dove i tipi della commedia dell’arte (Arlecchino, Colombina, Rosaura, Pantalone, ecc) sono giocati in un’architettura drammaturgia esilarante, in un intensificarsi del ritmo vitale che conferisce unicità al testo e magia alla storia.
Il tema del doppio, incarnato dalla coppia Zanetto/Tonino, è l’asse portante di tutta la vicenda: i due gemelli, diversissimi per carattere (l’uno sempliciotto e pavido, l’altro intelligente e spavaldo) hanno fin da piccoli avuto destini differenti. Zanetto, vissuto a Bergamo, giunge a Verona a sposare la figlia del dottor Pantalone, Rosaura; Tonino, che invece è vissuto a Venezia, raggiunge Verona per fuggire alla vendetta di un tale cui ha dato uno schiaffo; ma sapendo dell’esistenza di un suo gemello che ha nome Zanetto, per evitare guai si spaccia a tutti appunto con questo nome. Da questa iniziale mossa prende avvio l’intricatissima vicenda, piena di fraintendimenti e colpi di scena: mentre Tonino attende l’arrivo della sua amata, Beatrice, conosce Rosaura, la promessa sposa di Zanetto; ma la diversa personalità di cui essere fatto l’innamorato disorienta la giovane ragazza, che rifiuta alla fine le nozze con Zanetto; Zanetto, deluso dalla scelta e dissuaso al contempo dal proposito di prender moglie dal perfido Pancrazio, istitutore di Rosaura e di lei innamorato, accetta di prendere da costui una pozione miracolosa che lo renderà imperturbabile e impassibile all’avvicinarsi di qualunque donna. Ma la pozione in realtà è veleno, ed è il modo con cui Pancrazio spera di liberarsi del pretendente alla mano di Rosaura; poco dopo la morte di Zanetto, giunge Tonino che smascherando il delitto ritrova, troppo tardi, il proprio gemello. L’ultimo colpo di scena: Rosaura si scopre essere sorella di Tonino e di Zanetto, abbandonata da un pellegrino anni prima. Tornio può ora sposare la sua Beatrice e dare l’estremo saluto all’altra parte di sé, il defunto Zanetto.

martedì 28 dicembre 2010
Tutti pazzi per i soldi
Farsa in due atti di Ray Cooney
Ancora una volta la maestria di Ray Cooney in un testo che è un capolavoro di intrichi e colpi di scena, dove l’imprevedibile entra di traverso nel normale scorrere dei giorni. È quello che accade al normalissimo Carlo Cioffoli, anonimo impiegato di Roma, che per errore, sulla Metropolitana prende per errore una valigia identica alla sua, ma stracolma di bigliettoni. La gioia incontenibile dura poco: una telefonata è il segnale che è sulle sue tracce il "legittimo" proprietario della valigia: la Mafia. I tempi sono strettissimi, bisogna riuscire a prendere un aereo il prima possibile e lasciar sparire, perdersi in un paradiso terrestre lontano dalla civiltà. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi: la moglie Titti, sconvolta alla vista del malloppo e spaventata per le minacce della Mafia, astemia, comincia a bere senza sosta e invece di preparare le valige mette il pigiama; i due amici di Carlo, Teo e Alice, arrivati a festeggiare il compleanno dell’amico si trovano impigliati nella spirale di bugie improvvisate e complicano ancora di più faccenda: finiscono per spacciarsi per i cognati siciliani Rosalia e Calogero inclini a pratiche sessuali alquanto originali. La faccenda precipita quando in casa di Carlo cominciano a entrare e uscire due poliziotti: il brigadiere Faiella, losco e corrotto, che scoperto il tentativo di fuga dei quattro amici, si unisce alla comitiva per spartire il bottino, e il brigadiere Locicero, nevrotico e intransigente Sherlock Holmes dei giorni nostri, costantemente alla ricerca del bandolo della matassa. Sul finale, proprio sul punto di partire per l’aeroporto, in casa Cioffoli irrompe nientemeno che Mr. Big, il capo Mafia in persona: accento siculo e gessato grigio topo, acciaccato e dolorante rivuole indietro e "la sua borsa e i suoi bigliettoni". Con una mossa rapida e precisa, le due donne, Titti e Alice, lo stendono al tappeto: il ko definitivo spetta al brigadiere "Rambo" Faiella. Ma Locicero è in agguato, è la fine: estorce a Carlo tutta la verità e, felice del colpo messo a segno, torna in centrale con mafioso e malloppo. Ma c’è ancora il colpo di scena finale...
Due ore mozzafiato in perfetto stile Cooney. Una garanzia.

martedì 04 gennaio 2011
L’uomo, la bestia. La virtù
Apologo in tre atti di Luigi Pirandello
Il pubblico, che forse non si aspettava questa commedia di Pirandello dai toni farseschi e scollacciati, non accolse bene la prima rappresentazione dell'opera. Successivamente rivalutata dalla critica e dal pubblico, la commedia ebbe tanto successo in Italia e all'estero, da essere una delle più rappresentate della produzione teatrale pirandelliana.
Il farsesco tema trattato dalla commedia è ben rappresentato dal titolo: l'uomo è la prima maschera, quella del professor Paolino che nasconde sotto il suo ostentato perbenismo la tresca con la signora Perella, che indossa la maschera della virtù: quella cioè di una morigerata e pudica madre di famiglia praticamente abbandonata dal marito, capitano di marina che appare agli occhi della gente con la maschera della bestia: convive con una donna a Napoli e, nelle rare occasioni in cui incontra la moglie rifiuta, con ogni pretesto, di avere rapporti con lei.
La commedia in maschera potrebbe proseguire con piena soddisfazione di tutti se il destino e il caso non intervenissero a far cadere le false apparenze. La signora Perella rimane infatti incinta ad opera del professor Paolino che dovrà, al di là di ogni morale, rimettere in piedi l'ipocrita buon ordine borghese: dovrà convincere tutti che la signora Perella è rimasta incinta in una delle rare occasioni dal marito e quindi dovrà far sì che il recalcitrante capitano abbia almeno un rapporto sessuale con sua moglie.
Tutto dovrà avvenire in una sola notte perché tanto è il tempo che il capitano soggiornerà in casa prima di ripartire e rimanere assente per due mesi.
Il professore allora dovrà fare in modo che la sua pudica amante ceda alle voglie della bestia. Per essere sicuro del risultato il professore si farà preparare un afrodisiaco per stimolare i sopiti sensi del capitano e inciterà la vergognosa amante a mostrare le grazie che tiene virtuosamente nascoste.
Tutto è ormai pronto per la trappola sessuale in cui dovrà cadere la bestia. Il professore se ne andrà lasciando libero campo per il capitano rimanendo d'accordo con la signora Perella che: « Verrò domattina all'alba, davanti alla tua casa. Se è sì fammi trovare un segno; ecco, guarda, uno di questi vasi di fiori qua, alla finestra della veranda »
Ma la mattina successiva nessun vaso da fiori appare alla finestra. Il professore, infuriato per il fallimento dei suoi progetti si sfogherà in un grottesco battibecco col capitano, quando sopraggiungerà la signora Perella che a mano a mano metterà sul davanzale della finestra ben cinque vasi di fiori.

Segnalato da marenostro 

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